"I nani da giardino, anche se non sembra,
sono creature delicate"

Sabato e il Giappone

Autore: 
Desmentera

Sabato mattina, mi alzo prestissimo rispetto al solito, i cani mi guardano con lo sguardo ancora perso nel regno di Morfeo, la gatta miagola immediatamente. E' un riflesso di Pavlov, vede qualcuno che si erge in posizione eretta e vuole mangiare. Fabrizio dorme beato, tento di non svegliarlo ma al buio sbatto contro la gamba del letto e impreco. Accendo la luce, prendo i miei vestiti e esco dalla stanza. Il gatto mi segue, gli altri continuano a dormire. Mi infilo in bagno, mi lavo e mi vesto. Ho un sonno da morire, anche ieri ho dormito meno della mia media per andare all'ospedale. Check-up pre-ricovero, tra breve tempo mi leveranno quella maledetta colecisti.
La gatta miagola ancora, le riempio la ciotola di fretta, non sopporto quel miagolio insistente e fastidioso. Prima di questa gatta ho amato ogni felino domestico e randagio nell'arco di molte miglia e molti anni. Poi è arrivata lei, il demone gatto, Bistra. E' bellissima, tanto bella quanto tremenda. Io e lei tentiamo di rispettare una tregua armata. Conviviamo. Sono anni che conviviamo. Ogni tanto lei prende l'iniziativa e mi morde, io rispondo al fuoco lanciandola lontano e maledendola in tutti i modi che conosco. Ci guardiamo in cagnesco (o gattesco) e torniamo a farci i nostri affari.

Ma dicevo di sabato mattina, butto giù una caffè con il latte, ho troppo sonno per fare colazione. Indosso i mille strati pesanti per poter uscire. Prendo i biglietti dell'autobus, i soldi, butto tutto nella borsa, è molto pesante, libro, macchina fotografica, fogli, ogni genere di porcheria. Fuori mi aspetta ancora il buio, il freddo, il ghiaccio che qualche giorno fa era neve morbida e ora è un materiale grigiastro e pericolosissimo. Pattino fino alla fermata dell'autobus, bus che passa subito ma è quello sbagliato. Lo prendo lo stesso, ho freddo e fretta. Salgo e mi assale il puzzo tipico dell'autobus torinese, vecchio malconcio e stracarico. Timbro e mi piazzo vicino alla macchinetta obliteratrice, troppa gente, da qui non ci si muove. Dopo qualche fermata imbocchiamo corso Principe Oddone, vedo che dietro ci tampina un altro autobus che va alla stazione FS che devo raggiungere. Spintonando scendo alla prima fermata e respiro, riesco a farne almeno due completi e godibilissimi prima che sopraggiunga l'altro catafalco puzzolente. Salto su, questa volta mi va meglio. E' quasi vuoto, siedo a fianco di una bellissima donna con il velo, ha un bambino in braccio, gli faccio le linguacce e lui ride. Tiro fuori il libro che sto leggendo, un noir giapponese che mi sto davvero godendo, mi riprometto di prendere altri libri dello stesso autore, Murakami Haruki. Quale sarà il nome e quale il cognome? Me lo chiedo e poi mi dimentico di controllare, capirci qualcosa. Sulla costa c'è solo Murakami, forse è il cognome?
Leggo qualche pagina e siamo arrivati. Porta Susa. Penso che questa “piazza” ha anche un qualche nome con un numero e dicembre. Credo che nemmeno lo stradario la chiami con il suo vero nome. Questa è Porta Susa. Da sempre.

Scendo e attraverso rischiando la vita, faccio un gestaccio ricambiato da gesto simile ad un automobilista che arriva a tutta velocità e mi scansa al posto che fermarsi. Idiota. Entro in stazione, devo andare ad Asti per un consulto con un commercialista amico di amici di amico. Insomma, lavoro. La sera prima guardando su internet trovo questo treno che al posto di partire dalla solita Porta Nuova, molto scomoda da casa mia, parte dai prima parte conclusa della nuovissima stazione di Porta Susa Sotterranea. Sull'orario FS è proprio indicata con questo nome. Che bello, penso la sera prima, non devo andare fino là.
Una volta entrata nella stazione di superficie mi avvicino a una biglietteria automatica e dopo un paio di toccate mi dice che posso pagare solo con bancomat e carta di credito, ecco perché non c'era nessuno. Mi metto in fila per l'altra macchinetta, viene il mio turno e faccio il biglietto, addirittura la macchinetta furbina vuole una donazione per una qualsivoglia opera benefica, tocco il tastone “nessuna donazione” e finalmente sputa il mio biglietto. Guardo il tabellone e scorgo il mio treno con la dicitura “binario 5”. Bene, ho qualche minuto per raggiungere questa nuova e sconosciuta stazione sotterranea, vado a istinto e scendo nel sottopasso, infatti trovo un cartello che indica questi binari, salgo in superficie nuovamente e sempre pattinando sul ghiaccio trovo le scale per la stazione di sotto. Dentro è caldo e deserto, scendo e sono sui binari, il tabellone è spento, non c'è nessuno, ma proprio nessuno. Noto un ometto molto lontano sulla pensilina, mi avvicino, mi pare strano che non ci sia proprio nessuno. Riconosco la divisa, è delle FS. Bene, ora chiedo a lui. Ma è al telefono e quello che dice non mi piace per niente. Parla con voce molto alta dicendo che lui contava su quel treno per raggiungere Moncalieri dove avrebbe dovuto prendere servizio, è un macchinista intuisco. Dice: “fantastico...” poi attacca e continua “merda!”.

Mi guarda e io guardo lui, temo il peggio. Mi spiega che quel treno semplicemente non esiste e attacca una serie di improperi legati ai tagli alle ferrovie, alla vergogna tutta italiana, ha ragione da vendere gli dico. Però adesso, subito, io come ci arrivo ad Asti?
Intanto arriva un altra ragazza diretta a Villanova, gli spiego brevemente la situazione e intanto, incredibilmente la speaker annuncia il nostro treno in partenza al binario 5, ripete due volte e intima di allontanarsi dalla linea gialla. Ma non c'è nessun treno. Niente di niente. Ci mette a parte del fatto che sul treno ci potrebbero essere controlli di polizia. Faccio una foto. Devo immortalare questo momento.
Il macchinista fuori servizio ride sguaiatamente e dice: “non ci posso credere, avete sentito anche voi vero? Non sono io che sono pazzo?”.
Comincio a disperare, penso ad un ritardo, lo dico al macchinista e lui chiama non so chi al telefono, lo appella “ma come tu che sei “il traffico” non sai niente di questo treno?”.
Attacca e ci rassicura sul fatto che quel treno è un fantasma. Ci dice torniamo su e prendiamo il primo treno per Porta Nuova, da lì sicuramente ci sarà un treno.
Saliamo su, il macchinista continua a parlare di tagli, non c'è più nemmeno chi sparge il sale sui passaggi delle pensiline, è tutto uno schifo e via così. Bene, mi spiace molto, sono solidale, ma insieme sono incazzata come un bufalo.
Parlo un po' con la ragazza che era con me, il macchinista ci saluta e ci fa gli auguri.
Prendiamo il primo treno per Porta Nuova, ci vogliono pochi minuti, sono le nove meno venti ed ho già alle spalle una carogna non indifferente. Arrivate a Porta Nuova siamo in un enorme cantiere, pieno di gente, tabellone pieno di treni soppressi, speaker che annunciano treni e collegamenti “non effettuati”, ci buttiamo verso il primo tabellone per scoprire che il primo treno regionale (per il quale abbiamo già il biglietto) è alle undici e ventisette. No. Non è possibile. L'altra ragazza parla al telefono e si mette in coda per le informazioni, io penso e guardo il tabellone cartaceo delle partenze, scovo un intercity per Roma che ferma ad Asti, parte alle nove e cinque.
Dovrei pagare il supplemento, non ci penso neanche, dopo quanto accaduto. Saluto la ragazza che senza alternative attende il treno delle undici e ventisette. Lei deve andare a Villanova, gli IC non fermano. Salgo sul treno, puzza, sporco, immondizia. Mi chiedo come mai? Si forma qui, non arriva da nessun posto. Mi aggiro, il treno è quasi vuoto, trovo un posto che non puzza tanto e siedo il culo arrabbiato. Telefono a Stefano, gli dico che arriverò in ritardo. Mi dice che anche il suo treno è in ritardo di 20 minuti. Ah, bene. Eh, però c'era nebbia non mi andava di prendere la macchina. Ok, a dopo. Leggo e il treno comincia immediatamente ad accumulare ritardo incomprensibilmente. Si ferma nelle lande desolate, riparte, si ferma di nuovo. Leggo ancora, poi arriva il signor Controllore, mi dice che il mio biglietto deve essere aggiunto di penale e supplemento. In tutto circa 12 euro oltre quelli già pagati per il regionale. Gli spiego la situazione, lo chiamano al telefono, intuisco che è la sua famiglia, si allontana qualche minuto e poi torna. Mi ripete che devo pagare, rispiego la situazione, gli dico che ho anche una foto se vuole vederla e che non mi pare per nulla giusto che debba pagare di più semmai avrei diritto ad un rimborso, protesta un po' ma non mi fa pagare. Per questa volta la perdoniamo, a questa frase riattacco con le mie proteste e lui mi fa gli auguri e passa oltre. Prima ero innervosita, ora davvero incazzata. Mi alzo, prendo le mie cose e me ne vado davanti alla porta di uscita, guardo fuori un manto bianco indistinto tra neve e nebbia. Non ho più voglia di stare seduta devo sbollire. Penso e ripenso e mi calmo abbastanza. Come sono diventata zen mi dico. Mi chiedo come mai. Mi rispondo “che cazzo di altro vuoi fare??”. Una risposta per nulla zen.
Il treno raggiunge la stazione di Asti, in ritardo di almeno dieci minuti, sono praticamente le dieci. Salgo in stazione dal sottopasso e trovo Stefano, imbottito in una giacca di piumino viola trendy che non avevo mai visto, lo saluto e gli racconto i miei trascorsi mentre usciamo dalla stazione. Ci buttiamo dentro una Asti gelata, telefoniamo al commercialista dicendo che tra poco saremmo stati da lui, ci fermiamo a fare colazione e vista la giornataccia mi premio con una splendida brioche alla nutella, la intingo in un bel cappuccino. Molto meglio.

Andiamo all'appuntamento con il commercialista, dice le cose che pensavo ci dicesse, niente di nuovo sul fronte occidentale. Trovo che la sua tariffa sia troppo cara, mi terrò la mia commercialista a Torino. Usciamo e ci dirigiamo di nuovo in stazione. Il primo treno che vedo su un nuovissimo tabellone che non funziona bene, è un IC proveniente da Reggio Calabria con un ritardo di 180 minuti. Uhm.
Beh, mi dico, zen. Mi metto in coda alla biglietteria normale, c'è una sola automatica ed è occupata da dei tipi loschi. Stefano si reca dal giornalaio e compra la solita gazzetta dello sport e un biglietto chilometrico.
Finalmente faccio il biglietto. Prenderò un treno previsto per le ore 10, molto oltre mezzogiorno. Beh nel dubbio c'è anche un altro treno dopo, anche quello in ritardo. Ma che bella giornata.
Andiamo al binario, fa freddo aspettiamo molto. Anche il treno che deve prendere Stefano è in ritardo. Cazzeggiamo e parlottiamo, arrivano sei ragazze indiscutibilmente giapponesi, molto giovani e armate di ogni genere di aggeggio tecnologico, ridono molto e si scattano molte foto. Ci chiediamo cosa pensano, loro che vengono da un paese dove i treni funzionano.
Altre foto, altri risolini. Arriva il treno di Stefano e per salire deve passare in mezzo alle sei ragazze giapponesi, lo fermano, gli mostrano il biglietto. Lui indica me e mi fa un sorrisetto sornione.
Bastardo. Le ragazze vengono verso di me con il biglietto in mano e in un inglese orrendo una di loro mi chiede se quello è il binario giusto per il treno per Torino, le dico di sì e che c'è molto ritardo. Sorrido. Lei si illumina e mi ringrazia tanto. Comunica alle altre che sono nel posto giusto. Contentezza generale. Penso a quanto deve essere difficile capirci qualcosa nelle ferrovie di un posto così lontano da casa propria. Non solo una diversa lingua, direttamente un diverso sistema di scrittura. Sono così carine, ammiro la loro Polaroid ultimo modello, accompagnata da una reflex digitale Pentax da urlo. Le altre sono digitali compatte che ti aspetti in mano a un turista giapponese. Non mi interessano i cellulari ma sono certa che siano ultimo modello esattamente come per le macchine fotografiche.
Dopo qualche tempo finalmente arriva la tradotta proveniente da Reggio Calabria. So che puzzerà, so che sarà pieno zeppo di gente. Lo stesso quando arriva mi stupisco di quanta gente vi sia nelle carrozze. Le ragazze mi guardano con aria spersa, prendo i loro biglietti e controllo carrozza e scompartimento della loro prenotazione, dico loro di seguirmi e saliamo tutte insieme sul mostro maleodorante. Guardo il numero della carrozza, siamo al nove. Loro hanno prenotato uno scomparto alla quinta carrozza. Gli spiego i vari numeri e ci incamminiamo attraverso i quattro gironi dell'inferno che mancano al loro scomparto. In uno c'è un olezzo terrificante di aglio misto a sudore. In un altro ci sono quattro persone che fumano sigari e sigarette nel corridoio, è evidente che non sono i primi a farlo. C'è una nebbia tremenda. Batto il passo e faccio da ariete per le ragazze che mi seguono fedeli e sconvolte da cosa vedono man mano che procediamo. Soprattutto per sigari e sigarette reagiscono immediatamente con tossettina schifata e commenti che non comprendo ma che sono di certo tutto tranne che positivi. Io ricordo bene quando sui treni si fumava ancora, ancora meglio quando si fumava nei locali, sono abituata, ma loro, immagino che in Giappone il divieto di fumo sia arrivato molto prima che da noi. In un modo o nell'altro, con qualche spintone e molti “scusi permesso” giungiamo al comparto. Ovviamente è occupato. Loro mi guardano stranite, forse pensano che abbia sbagliato io a indicare loro i posti. Ah, che disincanto, che giovinezza...
Spalanco la porta e spiego che le ragazze hanno una prenotazione per quei posti, uno si alza subito e se ne va, un signore più anziano mi guarda stranito e poi mi dice: “ma queste dalla Cina proprio a me devono rompere, io odio i cinesi”.

Faccio la pedante e perdo un po' la pazienza, infine alzo il tono della voce, le ragazze sono dietro di me con aria molto preoccupata. Finalmente l'uomo si muove e sgombra, visto che le mie protette hanno poco bagaglio gli dico che può pure lasciare la miriade di roba che ha nello scomparto. Tanto in un oretta circa saremo a destinazione. Pure con i ritardi congeniti non ci può volere di più per coprire la distanza tra Asti e Torino.
Le giapponesine traggono un sospiro di sollievo e si siedono, si buttano in una profusione di ringraziamenti, io mi metto sul predellino subito fuori dallo scomparto. Oramai mi sono fatta carico di portarle a Torino sane e salve e non posso allontanarmi. Fanno delle foto dentro lo scomparto e includono anche me, mi dicono di sorridere. Io faccio smorfie e gesti che provocano la loro ilarità. La commedia all'italiana. Dobbiamo proprio averla nel sangue. Mi stufo presto di chiacchierare anche perché il loro e il mio inglese sono davvero poco compatibili. Tiro fuori il mio libro di Murakami e lo pongo tra me e loro come fosse un muro gentile. In quel momento non avevo proprio fatto due più due. Murakami e ragazze giapponesi.
Parte immediatamente quella che io ritengo sia la capogruppo, non la più carina, non la più alta o atletica, ma indiscutibilmente è lei che dirige le manovre, tiene i biglietti e parla con gli “esterni” per prima. Si alza viene verso di me ed esclama qualcosa che io intendo come: “IT'S A JAPANESE BOOK!! OooooH I LOVE YOU!!”.
Mi arrendo e poso il libro sulle gambe, spiego alla meglio che ho appena scoperto questo autore e che mi piace davvero molto, non capiscono quando gli dico che è un “noir” e non riesco a spiegarmi finché non menziono la parola “thriller”. La “capa”, si è presentata ma non ho capito il suo nome, si alza e torna verso il suo posto, abbaia qualcosa ad una sua amica che prontamente tira fuori la bella macchina Polaroid e gliela porge, torna verso di me e mi spiega che vuole fare una foto con me da lasciarmi come ricordo. Lei si siede in braccio, è leggerissima, peserà 45 kg vestita e bagnata. Ci mettiamo in posizione e lei scatta. Tira fuori la pellicola e me la porge. La ringrazio molte volte e sorrido molto. Rialzo il libro e stavolta riesco a leggere qualche pagina, quando arriviamo in prossimità di Torino il treno comincia a brulicare di movimento. Le ragazze nel frattempo hanno messo della musica pop giapponese che mi fa immediatamente venire in mente qualche manga con tanto di divise da marinarette e demoni vari. Torna il signore di prima e comincia a scaricare il suo ricco bagaglio. Spiego che siamo quasi arrivati e partono un sacco di risolini, mi ricordo della foto che ho messo in mezzo al libro e la tiro fuori, è carina, forse solo un pochino scura. La mostro loro e le ringrazio ancora. I binari si allargano ed entriamo nel bacino di Porta Nuova, sono tentata di spiegare loro l'idea del mare a Porta Nuova, ma mi trattengo. Mi alzo, mi appoggio al finestrino e metto il braccio di traverso a tenere la porta del loro scomparto, come prevedevo la gente dietro di me comincia a muoversi e io faccio da diga, così loro possono uscire e non venire schiacciate da trolley e valige enormi, c'è la fila per scendere anche davanti. Finalmente le porte si aprono e le persone con estrema lentezza iniziano a colare fuori. Tengo il mio ruolo di diga finché davanti a noi non si fa abbastanza spazio per contenere tutte e sei le ragazze, quando anche l'ultima è uscita dallo scomparto tolgo la mano dalla porta e mi metto in fila. Scendiamo e c'è una miriade di persone. Io ho fame e sono stanca, decido che ora possono cavarsela da sole. Temo molto per le loro macchine fotografiche e prego che abbiamo qualche nume tutelare giapponese a vegliare su di loro. Le saluto calorosamente e la capa addirittura mi bacia e mi ringrazia ancora un milione di volte. Mi dicono le parole che hanno imparato: “mamma mia” “ viva l'italia” “cia' ciao”. Ripeto “ciao ciao” a loro favore e mi fanno un ultimo sorriso e risolino. Scappo di buon passo e dopo pochi metri mi giro indietro e le vedo ferme dove le ho lasciate che si lasciano scivolare intorno la marea di persone e bagagli. Oramai sono partita in quarta e non me la sento di tornare indietro per aiutarle ancora. Oltretutto mi scappa tremendamente la pipì e il limite del “me la faccio addosso” è paurosamente vicino. Mi dico che il bagno, a pagamento, della stazione non può essere peggio che farsela addosso. Entro nella toilette che risulta anacronisticamente moderna e pulita rispetto al resto della stazione/cantiere. E' anche pulito. Mi stupisco e pago la gabella di cinquanta centesimi. Esco dalla stazione cercando di individuare le sei ragazze ma non le scorgo più, è la mezza e la stazione è piena zeppa di gente. Vado alla fermata dell'autobus che arriva quasi subito seguito da un altro identico e semivuoto pochi metri addietro. Decido che vista la giornata posso anche permettermi di prendere il secondo. Timbro e mi siedo. Io sono a casa praticamente. Apro il libro e guardando la foto mia con la “capa” auguro mentalmente ogni bene alle sei ragazze. Non solo sono sei turiste giapponesi a Torino, non solo sono sei donne sole in giro per il mondo, mi hanno anche fatto passare il malumore e l'arrabbiatura della mattina. Mi hanno fatto guardare per qualche minuto la nostra terrificante situazione con gli occhi del turista che dove c'è schifezza vede folklore e dove c'è inefficienza c'è colore.
“mamma mia”, “ viva l'italia”,“cia' ciao”.

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